parte istituzionale

Corso 2000-2001

invito alla lettura


A.H.L. Fischer
Il secolo XVIII in Inghilterra e in Francia

Estratto da:
A.H.L. Fischer
, Storia d'Europa,
vol. II, pp. 298-310, Laterza, 1971

 

1. Prestigio dell'Inghilterra dopo il 1714

2. Locke, Voltaire, Montesquieu

3. I fisiocratici

4. Il governo inglese nel secolo diciottesimo

5. L'epoca di Giorgio II

6. I disordini in Francia

 

Prestigio dell'Inghilterra dopo il 1714
La rivoluzione inglese del 1688, seguita e confermata dalla salita al trono della dinastia degli Hannover, influì profondamente sul pensiero europeo. Lo spettacolo di una rivoluzione incruenta, priva dei difetti stimati essenziali al governo popolare dopo le disgraziate sollevazioni del 1648, di una rivoluzione apportatrice di benefici evidenti come la tolleranza religiosa, la libertà di stampa e il governo parlamentare, creò un sentimento universale di sorpresa e d'ammirazione. Nonostante la rivoluzione, l'Inghilterra era più forte e più ricca che mai. Per terra e per mare, era stata la forza dominante della grande alleanza contro Luigi XIV. Aveva superato senza sconvolgimenti interni la guerra e la pace e la delicata operazione di un mutamento dinastico, rafforzando inoltre straordinariamente, nel 1707, la sua posizione interna per mezzo dell'unione con la Scozia.

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Locke, Voltaire, Montesquieu.
Se mai filosofia fu giustificata dai fatti, questa fu proprio la filosofia dei whig, sostrato della rivoluzione inglese, ch'ebbe in Giovanni Locke il suo grande ostacolo. Tutta la quintessenza del pensiero illuministico si trova negli scritti di questo calmo e umano dottore di Oxon: il concetto che le idee non siano innate, ma riflesse dall'esperienza dei sensi (Saggio sull'intelletto umano, 1690), la teoria che il governo civile si fondi sul consenso dei governati, l'opinione che il diritto alla proprietà privata sia creato dal lavoro, la dottrina della tolleranza religiosa e della educazione razionale dei giovani. Da Locke e dal suo grande contemporaneo, lo scienziato Isacco Newton, e anche, sebbene in grado minore, da Enrico St. John, Lord Boligbroke, passò in Francia un buon nucleo di pensiero razionalistico, e là fu raccolto, commentato e svolto, finché, alla sua luce, gran parte delle istituzioni riconosciute del paese apparvero ormai logore, superate e insostenibili.
L'uomo che più d'ogni altro contribuì a render popolari in Francia le nuove idee inglesi fu uno scrittore attivo, vivace, longevo ed efficace, destinato a divenire la più brillante figura d'Europa. Voltaire, dolorante per la tirannide e la disuguaglianza prevalenti nel suo paese, - era stato gettato nella Bastiglia senza processo perché aveva osato sfidare un nobile, - venne in Inghilterra nel 1726 e vi rimase sino al 1729. Lo spettacolo di questo popolo libero, vivace e colto lo colpì profondamente. Fu presentato a Pope, lesse Addison e Swift, Bacone e Locke, Newton e Shakespeare. Nelle sue Lettres sur les anglais, pubblicate nel 1733, rivelò ai compatrioti questa società felice e sorprendente, in cui ognuno poteva dire o pubblicare quel che voleva, dove non esisteva né tortura né imprigionamento arbitrario, dove era permesso vivere e prosperare a settari religiosi di tutti i generi, e persino a una setta detta dei quaccheri, che osava addirittura definire la guerra come anticristiana. «Un inglese», scrive Voltaire «va in paradiso per la strada che più gli piace. Non esistono tasse arbitrarie e, per di più, da alcune tasse non sono esenti né nobili né preti. I contadini mangiano pane bianco e sono ben vestiti, né si peritano di aumentare il loro raccolto per timore che l'anno seguente le tasse vengan loro raddoppiate». Un po' più tardi (1730-31), un altro grande francese venne in Inghilterra a studiare questi interessanti isolani; e la relazione di Montesquieu non fu meno entusiastica. «L'Inghilterra», scrive nelle sue Note di viaggio, «è il paese più libero del mondo. Non faccio eccezione per alcuna repubblica. E lo chiamo libero perché il sovrano, la cui persona è controllata e limitata, non può infliggere ad alcuno il minimo danno». Nell'Esprit des lois (1748), una filosofia della storia che conquistò ampia popolarità ed esercitò profonda efficacia, egli affermò (erroneamente) che il vero segreto della libertà inglese consisteva nella separazione del potere giudiziario dall'esecutivo e dal legislativo. [...]

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I fisiocratici
Parte di questa letteratura entusiastica ebbe come oggetto la critica dei principi economici che la Francia aveva ereditato da Colbert. I fisiocratici credevano fermamente che, abbandonata a se stessa, la natura potesse portare gli uomini a un livello di prosperità impensabile sotto un regime di restrizioni locali o nazionali. Questa dottrina, ch'ebbe grandissima efficacia, conteneva un profondo errore e un'importante verità. Gli economisti francesi sostenevano che, essendo la terra l'unica fonte di ricchezza, era perciò sufficiente, a soddisfar le esigenze dello stato, un'unica tassa sui valori agricoli. E questo è un errore: ché la terra è una soltanto delle molte fonti della ricchezza, e un'unica tassa, per quanto equa, non potrà mai soddisfare i bisogni legittimi di uno stato. Ma, in compenso, scoprirono un'importante verità: e cioè che il commercio è uno scambio di beni e di servizi, e che gli ostacoli, artificiosamente creati dagli stati al passaggio della ricchezza da un luogo all'altro o da uno stato all'altro, sono dannosi alla prosperità. In Francia, le dottrine dei fisiocratici condussero, durante la rivoluzione, all'abolizione dei dazi doganali interni, i cui dannosi effetti erano stati così minutamente descritti dal nostro perspicace viaggiatore inglese, Arturo Young. In Inghilterra, le loro dottrine, passando da Quesnay, medico di Luigi XV, al famoso professore di Glasgow, Adamo Smith, ebbero risultati anche più importanti, e tra questi infine l'adozione di quel sistema di libero commercio che si dimostrò così utile nel secolo della nostra maggiore prosperità e negli anni della nostra più difficile prova.
Ottimismo e razionalismo erano dunque gli elementi fondamentali della letteratura, di cui abbiam parlato sin qui. Ma un'altra voce potente, più efficace forse, a lungo andare, di ogni altra dell'epoca, suonava con tono diverso. Gian Giacomo Rousseau di Ginevra (1712-78) non era né un filosofo né un materialista, ma un visionario. Il suo intelletto, limpidissimo, era tuttavia alimentato dalla fonte profonda dei suoi istinti naturali e dei suoi sentimenti romantici. Non credeva che il progresso, né la suddivisione del lavoro, né alcun metodo meccanico o materiale potesse migliorare il destino dell'uomo: vedendo il mondo pieno di crudeltà, miseria e rovina, e considerando la tanto vantata civiltà europea come una massa di corruzione e tirannide, volle tracciare lo schema di una società in cui l'uomo buono potesse vivere. Ecco lo scopo del Contrat social (1762), che s'impose alla Francia con la forza di un nuovo Evangelo.
Il semplicissimo rimedio del Rousseau contro i mali umani consiste nell'applicazione, della virtù. Uno stato è buono quando ogni suo membro (debitamente educato alla vita civile) accetti di conformare la propria volontà al bene generale. Buona è soltanto quella società di uomini virtuosi, in cui ciascuno sia disposto a trattare gli altri come vorrebbe essere trattato e spontaneamente acconsenta a leggi generali, create non per proteggere interessi particolari ma per il benessere comune. Ecco l'essenza della dottrina politica di Rousseau: lo stato buono non si fonda sulla forza né sull'avidità, ma sulla volontà di bene di tutti i suoi membri.
Il libro ebbe un successo fantastico. Era breve, eloquente, affascinante. Sin dalla prima fase: «L'uomo è nato libero, ma è dappertutto in catene», suonava come sfida alla civiltà. Qual visione più seducente, per i poveri e per i reietti, di una società fondata sulla volontà generale? Quella sola frase fu sufficiente a scatenare vaste correnti di sentimento rivoluzionario. Ma si dimenticò troppo sovente che per Rousseau la sovranità della volontà generale altro non era che il dominio della virtù stessa.
M.me de Staël disse di Rousseau che «infiammò tutto, ma non scoperse nulla». La frase «infiammò tutto» illumina una verità importante; poiché il Rousseau realmente suscitò in Francia un grande incendio con l'ardore dei suoi sentimenti e dei suoi sogni. Ma non mi pare ugualmente vero che non scoprisse nulla: ché, nella società aristocratica del diciottesimo secolo, egli annunciò le virtù dell'uomo comune, affermandolo capace di bastare a se stesso.

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Il governo inglese nel secolo diciottesimo
La costituzione inglese del secolo diciottesimo, benché assai superiore a ogni altra del continente europeo, non era quel perfetto modello di governo illuminato che il confidente entusiasmo dei filosofi francesi credeva di scorgervi. Molti e gravi erano i suoi difetti. Il suo sistema di tolleranza religiosa e il suo sistema di governo parlamentare erano imperfetti entrambi. Ancora prevaleva la dottrina che lo stato fosse una riserva chiusa anglicana che, pur permettendo la pubblica professione del culto protestante, potesse escludere i dissidenti da ogni collaborazione al potere e dalla responsabilità del governo e anche dalle migliori possibilità educative. I possidenti di campagna e il clero anglicano erano così tenacemente attaccati alla propria superiorità che il parlamento fu chiuso ai dissenzienti protestanti sino al 1828, e le università di Oxford e Cambridge sino al 1871. I conservatori del regno della regina Anna volevano andare anche più oltre. Con la Legge di Conformità Occasionale tentarono di togliere ai dissidenti il privilegio di partecipare a una corporazione cittadina, mentre, con la Legge dello Scisma, cercarono di distruggere le loro scuole e rovinare i loro metodi educativi. Fortunatamente, con la successione di Hannover, i whig capovolsero questa politica perniciosa, respinsero la Legge sullo Scisma, e, promulgando la Legge annuale di Indennità liberarono i dissidenti dalle multe legali in cui sarebbero altrimenti incorsi assumendo uffici municipali.
E tuttavia, anche così limitati, i benefici della tolleranza religiosa non si estendevano ai cattolici romani cui, in Inghilterra, fu proibito, sino al 1779, di praticare pubblicamente il proprio culto, mentre in Irlanda, dove avrebbero potuto suscitare disordini politici, furono sottomessi a un sistema di particolari e crudeli esclusioni.
Durante il regno dei due primi Hannover, il governo inglese fu aristocratico. Le grandi famiglie del partito dei whig dominavano la Camera dei Lord e, attraverso le città a rappresentanza uninominale, la maggioranza della Camera dei Comuni. I tory, probabilmente più numerosi, sebbene meno ricchi, subirono per più di cinquant'anni gli svantaggi che s'accompagnano all'opposizione parlamentare a causa della loro compromettente alleanza con i giacobiti. Ma nel vero governo del paese, ch'era locale e non parlamentare, nelle sessioni trimestrali e minori dei giudici di pace, il possidente campagnolo del partito dei tory poteva esercitare in pieno la sua funzione sociale e politica. Nell'applicazione delle leggi sulla caccia, nell'impiccagione dei contrabbandieri e nella punizione dei vagabondi, questi dilettanti non pagati trovarono modo di soddisfare alla loro brama di collaborare utilmente e notevolmente al bene pubblico, rimanendo così tranquilli e contenti, mentre, a Santo Stefano, i magnati dei whig stavano al timone dello stato.
Per un caso, certo imprevisto ai tempi di Guglielmo III e Anna, il supremo potere esecutivo passò, sotto i due primi re della casa di Hannover, a un gabinetto composto di membri di un solo partito e responsabile verso il parlamento. Giorgio I non sapeva parlare inglese e, quando fallì il suo esperimento di dirigere in francese le discussioni politiche dei suoi ministri, non intervenne più alle riunioni di gabinetto. La lunga e saggia amministrazione di Sir Robert Walpole (1721-42) consolidò il partito dei whig, confermò l'autorità del gabinetto e rafforzò la posizione del primo ministro. Dopo questa importante amministrazione, il vero principio di governo responsabile, e cioè di un governo attuato da un gabinetto responsabile verso un parlamento, a sua volta responsabile verso gli elettori, era ormai stabilito.

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L'epoca di Giorgio II
Al successo del governo di gabinetto contribuì anche un'altra circostanza storica. Sia Guglielmo III che Anna erano naturalmente più favorevoli a un governo misto che a un governo di partito; ché il sovrano, scegliendo i propri consiglieri da entrambi i partiti, dimostrava l'imparzialità ed esaltava la potenza della Corona; ma questo esperimento di coalizione che le circostanze avevan resa possibile sotto questi due sovrani, fu spezzata quando Giorgio I, salendo al trono, seppe dai suoi amici whig che i tory cospiravano coi giacobiti per cacciarlo dal paese. Da quel momento gabinetti e maggioranze parlamentari whig furono all'ordine del giorno. Prevalse l'usanza che i gabinetti avessero un unico colore politico e che realmente governassero il paese. Fu un caso, ma un caso benefico. E lo si vide durante i dieci anni di governo personale di Giorgio II (1770-82), quando il governo di gabinetto si ridusse a un'ombra, e l'Inghilterra subì il più grande rovescio politico della sua storia perdendo le colonie americane.
Ma il parlamento britannico dell'epoca degli Hannover, dominato da una facoltosa classe di proprietari terrieri, non era certo notevole per filantropia e umanità. Le leggi penali rimaste nello statuto inglese finché, nel secolo seguente, non furono riformate e soppresse per gli sforzi di Romilly e dei suoi amici, erano vergognose per un popolo fondamentalmente umano e bonario. Lo stato non faceva nulla per l'educazione del popolo. Il governo municipale continuò a essere corrotto, medievale e impopolare, fino alla grande epurazione attuata, nel 1835, con la Legge delle Corporazioni municipali. Scopo principale della rivoluzione gloriosa era stato proteggere le antiche usanze e gli statuti delle città e le prerogative del parlamento dall'invadenza innovatrice e autocratica di Giacomo II, e quindi essenzialmente conservatore. I whig, esultanti per il successo della loro rivoluzione, erano troppo pronti a credere di aver sistemato ogni cosa. Era un errore, e il parlamento in particolare era ben lungi dall'essere perfetto; ma i whig, idealizzando il parlamento, non riuscivano a comprendere che una legislatura, eletta da possidenti con un reddito di 40 scellini nelle contee e da piccole oligarchie nelle città, non era uno specchio fedele e sufficiente degl'interessi e delle opinioni nazionali. Lo stesso Burke, lo scrittore whig più ricco d'immaginazione, non comprendeva la necessità di una riforma parlamentare: desiderava veder ridotta la potenza della Corona sul parlamento, non ampliata la superficie della rappresentanza parlamentare. Poco importava, nel secolo diciottesimo, che la grande massa della classe media e i poveri fossero esclusi dal sacro cerchio della costituzione parlamentare.
Altro guaio, non osservato dagli ammiratori francesi delle istituzioni inglesi, era la corruzione parlamentare tollerata, nonostante le proteste dell'opposizione, a Westminster e nei collegi elettorali. Elettori ed eletti corrompevano e si lasciavan corrompere. È probabile che i critici contemporanei esagerassero il malanno: ma certo questo esisteva. La speranza che anche un piccolo numero di posti e di pensioni possa toccare a quanti votano direttamente influisce di là dalla cerchia di coloro che godono simili compensi. E tuttavia, nonostante questi difetti, il paese prosperava ed era felice. La sonnolenta chiesa anglicana, le dormigliose e incolte università, i rosei possidenti di campagna cacciatori di volpi, e i legislatori di Westminster, gran bevitori in stivaloni a risvolti, si adattavano perfettamente al lento passo di quella vecchia società agricola. Tra le classi non esisteva un abisso profondo, né il cervello dei parlamentari era tormentato da difficili questioni economiche. Ancora la rivoluzione industriale non aveva creato nell'Inghilterra settentrionale una popolazione nuova di operai miserabili e malcontenti, uniti in grandi aggregati inorganici di poco igieniche case. Le città erano piccole: vivo il gusto dei giochi e dei divertimenti campagnoli. Un'atmosfera di benessere e di stabilità pervadeva il paese, in cui spiccavano, caratteristiche, le case di mattoni rossi dell'epoca giorgiana. In un certo senso, quando non si tenga conto della terribile incursione di montanari scozzesi del '45 che, riuscendo, avrebbe ricacciato tutto nel caos, l'Inghilterra di Giorgio II poteva apparire, a quanti non fossero oppressi dalla povertà, privilegiata per la sua felice e sicura pace interna. Era una società singolarmente libera da dubbi inquietanti e torturanti. Non era tormentata da problemi sociali né chiedeva al parlamento vasti programmi, accontentandosi di una limitata produzione annuale di piccola legislazione locale. Lo spirito romantico non era ancor sorto in una società razionale, paga di chieder alla vita soltanto ciò che la vita poteva dare, una società così stabile e armoniosa, così poco superstiziosa e sensibile, così sicura di sé e apparentemente così ben protetta dalle rovinose follie del fanatico, quale non s'era più vista in Europa dall'epoca degli Antonini.
La letteratura politica inglese del secolo diciottesimo porta l'impronta di questa felicità. Pur essendo coraggiosa e combattiva, non discute le basi della società. Né Swift né Defoe, né Addison, né Steele, né Bolingbroke, né Hanbury Williams instillarono nei loro compatrioti l'idea che si vivesse in un regime intollerabilmente indegno e ingiusto. In Inghilterra non vi erano altre discordie che le parlamentari, e le dispute si svolgevano tra le cricche politiche su questioni di particolari. Neanche il radicale Wilkes, che aprì nuovi campi di discussione nel primo decennio del regno di Giorgio III, osò mettere in dubbio la bellezza della rivoluzione gloriosa o il valore dei principi su cui si fondava. Ben diversa la situazione in Francia, dove la persecuzione di una chiesa intollerante, unita alla capricciosa e segreta tirannide dello stato, provocava una letteratura violenta nel disprezzo e nella derisione.

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I disordini in Francia
I problemi interni della Francia che, negli ultimi anni del regno di Luigi XIV, avevano incominciato ad attirare l'attenzione dei filosofi, erano anzitutto finanziari. Nessun governo francese aveva osato imporre all'intero popolo francese un sistema di tasse uniforme ed equo. Ogni governo, nei suoi sforzi per conquistarsi dei sostenitori dell'uno o dell'altro partito, aveva concesso l'esenzione da certe tasse. I nobili, il clero, gran parte della borghesia erano dispensati dalla taille, o imposta sulla proprietà. Esenzioni simili godevano molte provincie importanti, specialmente quelle da poco unite alla corona francese. Tali privilegi erano andati tanto oltre, erano legati a tanti pregiudizi di classe e a tante tradizioni di orgoglio e autonomia provinciale, che sradicarli era straordinariamente difficile. Soltanto un governo forte, sostenuto da una massa imponente di opinione popolare, poteva vittoriosamente superare gl'interessi costituiti che si opponevano alla loro abolizione. E la vecchia monarchia francese, nonostante il suo immenso prestigio, era insufficiente a tale compito.
Due soluzioni erano possibili: il metodo della riforma costituzionale e quello dell'azione autocratica. Ma il primo metodo era inapplicabile. Un'assemblea legislativa responsabile di fronte agli elettori popolari era completamente estranea alla tradizione francese. Nessuno statista la propose; nessun re l'avrebbe accettata; nessun governo avrebbe potuto attuarla senza violenti sconvolgimenti. Fu la nemesi della lunga autocrazia di Luigi XIV che l'abitudine di pensare ai problemi costituzionali fosse stata soppressa, cosicché quando, durante gli ultimi giorni oscuri del suo vanaglorioso regno, Fénélon e altri incominciarono a mettere in dubbio il valore dell'autocrazia, il loro pensiero ritornò alla più antica costituzione aristocratica francese. Sognavano un governo affidato a un gruppo di nobili, gingillandosi con l'idea di risuscitare gli Stati Generali medievali, non più convocati dopo il 1614. Il ricordo di questa istituzione ingombrante e anacronistica, senza organizzazione, autorità e connessione sociale, e priva di ogni esperienza politica, ostacolava ogni via feconda di riforma costituzionale. E quando furono convocati, nel 1789, non si ebbe in Francia il principio di un nuovo governo, ma il segnale del caos.
D'altra parte, neanche all'autocrazia di tradizione più recente era concessa una libera sfera d'azione. Il parlamento di Parigi, restaurato da Filippo di Orléans (1715) nella sua antica posizione d'autorità e sostenuto dai dodici parlamenti provinciali, disseminava sul sentiero della riforma fiscale ostacoli insormontabili. I suoi giureconsulti avevano orrore di ogni nuova tassa e di ogni nuova idea. Bruciavano i libri filosofici e respingevano le proposte più ragionevoli per ottener denaro dal pubblico. Ma, benché fautore dell'oscurantismo nel pensiero e dei privilegi nella finanza, il parlamento godeva di una popolarità straordinaria, essendo l'unico organo di opposizione a una corte dissipata e screditata. Il cancelliere Maupeau dimostrò un grande coraggio a sopprimerlo, nel 1771. Ma la prospettiva di una riforma amministrativa radicale da intraprendersi dalla Corona si era appena aperta che di nuovo si chiuse: nel 1774, il parlamento fu restaurato da un nuovo re bramoso di conquistarsi l'amore dei sudditi. Benché comprensibile, la compiacenza di Luigi XVI al sentimento popolare fu disastrosa, poiché un'oligarchia privilegiata di giureconsulti ereditari doveva necessariamente opporsi, con forte e testarda resistenza, a ogni riforma comprensiva e razionale dello stato francese.

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